Nel nostro ultimo viaggio siamo arrivati a Triora seguendo le streghe.

Abbiamo camminato idealmente tra i suoi carruggi, raggiunto la Cabotina, scoperto le bàgiue e capito perché questo piccolo borgo dell’entroterra ligure viene chiamato ancora oggi la Salem d’Italia.

È un soprannome affascinante, soprattutto in ottobre. Fa immediatamente pensare a leggende, vecchie case di pietra, boschi avvolti dalla nebbia e donne misteriose che si riuniscono di notte lontano dal paese.

Ma c’è un problema.

Dietro le streghe di Triora non c’è soltanto una leggenda.

Ci sono donne realmente esistite.

E se nell’articolo precedente abbiamo scelto volutamente di rimanere nella Triora di oggi, questa volta voglio tornare indietro nel tempo e capire da dove nasce davvero tutto quello che abbiamo visto.

Dobbiamo tornare nel 1587, quando una grave carestia colpì il territorio e qualcuno iniziò a cercare una spiegazione per ciò che stava accadendo.

O, forse, semplicemente qualcuno da incolpare.

È così che ebbe inizio uno dei processi per stregoneria più famosi della storia italiana.

Triora alla fine del Cinquecento

Per capire ciò che accadde dobbiamo prima dimenticare per qualche minuto il borgo turistico che possiamo visitare oggi.

I processi delle Streghe – ricostruzione presa da tusciaup.it

Alla fine del XVI secolo Triora apparteneva alla Repubblica di Genova ed era un centro importante dell’entroterra. La sua posizione permetteva di controllare vie di comunicazione e territori montani e la comunità viveva principalmente di agricoltura, allevamento e commercio.

Poi arrivò la carestia.

I raccolti erano scarsi, il cibo mancava e la popolazione si trovava in una situazione sempre più difficile. Quando una comunità vive per mesi nella paura e nella fame, trovare una spiegazione diventa quasi una necessità.

Oggi probabilmente cercheremmo le cause nei raccolti, nel clima, nella gestione delle risorse o nell’economia dell’epoca.

Nel Cinquecento esisteva anche un’altra possibilità.

Qualcuno aveva provocato tutto questo attraverso la magia.

E quel qualcuno, secondo le accuse, erano le streghe.

Tutto cominciò da alcune donne

Nel 1587 iniziarono le prime indagini.

Alcune donne di Triora vennero accusate di praticare stregoneria e di essere responsabili delle disgrazie che avevano colpito il paese. Secondo le accuse avrebbero compiuto malefici, provocato la morte di persone e animali, danneggiato i raccolti e partecipato a riunioni notturne.

Quello che inizialmente poteva sembrare un gruppo limitato di sospettate cominciò presto ad allargarsi.

Le donne vennero interrogate e alcune furono imprigionate nelle abitazioni trasformate temporaneamente in carceri.

La paura iniziò a diffondersi.

E, proprio come abbiamo visto raccontando Salem, quando una comunità comincia a credere che le streghe siano nascoste tra la popolazione si crea un problema enorme: come si riconosce una strega?

La risposta, purtroppo, poteva essere semplicissima.

Bastava che qualcuno facesse il tuo nome.

Chi erano le donne accusate?

Questa è forse una delle parti che trovo più interessanti dell’intera vicenda.

Quando immaginiamo una donna accusata di stregoneria nel Cinquecento, la nostra mente costruisce immediatamente uno stereotipo: anziana, povera, isolata, magari considerata strana dagli altri abitanti.

Alcune accusate potevano effettivamente trovarsi ai margini della comunità, ma il fenomeno non rimase confinato lì.

Le accuse finirono per coinvolgere donne appartenenti a situazioni sociali differenti e la vicenda assunse dimensioni tali da creare preoccupazione anche nelle autorità.

Non stavano cercando personaggi misteriosi nascosti nei boschi.

Stavano accusando donne del paese.

Donne che avevano famiglie, vicini e una vita quotidiana all’interno della stessa comunità che ora iniziava a guardarle con sospetto.

Ed è sempre questo il dettaglio che rende le cacce alle streghe molto più inquietanti delle leggende che ne sono nate.

Le “streghe” non arrivavano da fuori.

Erano già lì.

Gli interrogatori e la tortura

Le donne accusate furono sottoposte a interrogatori e, in diversi casi, alla tortura.

Ed è qui che dobbiamo stare molto attenti quando leggiamo le confessioni conservate nei documenti dell’epoca.

Se una persona confessa dopo essere stata sottoposta a violenza, quanto possiamo considerare attendibile quello che racconta?

Probabilmente pochissimo.

Eppure quelle confessioni potevano diventare la conferma che gli inquisitori stavano cercando.

Durante i processi per stregoneria europei ricorrono spesso racconti molto simili: incontri notturni, rapporti con il demonio, malefici, voli, sabba e rituali.

Più le autorità interrogavano le persone sulla base di un determinato modello di stregoneria, più finivano per ottenere racconti che assomigliavano proprio a quel modello.

Una confessione poteva poi portare a nuovi nomi.

Un nuovo nome a un altro interrogatorio.

Un altro interrogatorio a una nuova confessione.

Il meccanismo continuava ad alimentarsi.

Il luogo delle streghe: la Cabotina

Ed eccoci di nuovo alla Cabotina, che abbiamo già incontrato passeggiando nella Triora di oggi.

Secondo la tradizione, questa zona fuori dal nucleo principale del paese sarebbe stata il luogo in cui le streghe si riunivano per celebrare i loro sabba.

È un’immagine potentissima.

Donne che lasciano il borgo durante la notte, raggiungono un luogo isolato e si incontrano lontano dagli occhi della comunità.

È anche esattamente il tipo di immagine che, nel corso dei secoli, può trasformare un processo storico in una leggenda.

Oggi la Cabotina è uno dei luoghi simbolo della Triora delle streghe e viene inevitabilmente collegata alle bàgiue. Bisogna però distinguere ciò che possiamo ricostruire attraverso la documentazione storica da quello che appartiene alla tradizione popolare sviluppatasi successivamente.

Ed è proprio questa sovrapposizione a rendere Triora così affascinante.

Camminiamo in un luogo reale, nel quale accaddero eventi reali, ma siamo circondati anche dalle storie che quei fatti hanno generato nei quattro secoli successivi.

Le accuse diventano sempre più gravi

Con il proseguire delle indagini, la situazione diventò più complessa.

Le accuse non riguardavano più soltanto la carestia. Alle presunte streghe venivano attribuiti malefici, morti sospette e rapporti con il demonio.

A quel punto il caso superò la dimensione locale.

Vennero coinvolte le autorità genovesi e l’Inquisizione, e a Triora arrivarono nuovi inquisitori per continuare gli interrogatori.

Quello che era cominciato come un tentativo di spiegare una carestia si era trasformato in un vero procedimento per stregoneria.

E ancora una volta mi torna in mente Salem.

Non perché i due processi siano identici – non lo sono – ma perché il meccanismo della paura sembra incredibilmente familiare.

All’inizio c’è un problema.

Poi arriva una spiegazione.

Poi qualcuno viene accusato.

E quando accettiamo l’idea che il colpevole possa essere nascosto tra noi, improvvisamente ogni comportamento può diventare sospetto.

Una donna morì durante gli interrogatori

La storia di Triora non rimase confinata alle accuse.

Durante la detenzione alcune donne subirono conseguenze gravissime e una delle accusate morì.

Le condizioni delle prigioni, gli interrogatori e l’utilizzo della tortura rendevano il procedimento estremamente duro.

Ed è un dettaglio importante, perché quando oggi parliamo di “processo alle streghe” rischiamo quasi di trasformare l’espressione in qualcosa di astratto.

Ma dietro quelle parole c’erano corpi reali.

C’erano persone rinchiuse.

C’era paura.

C’era dolore.

E c’erano famiglie che vedevano una madre, una moglie, una sorella o una vicina improvvisamente trasformata in una presunta servitrice del demonio.

È in momenti come questo che la parola “strega” perde completamente il fascino che le abbiamo attribuito oggi.

Ma quante furono le streghe di Triora?

Stabilire un numero preciso non è semplice, anche perché il procedimento si sviluppò in diverse fasi e le fonti riportano cifre differenti a seconda di chi venga incluso tra sospettati, interrogati e formalmente accusati.

Quello che sappiamo è che decine di persone finirono coinvolte nelle indagini, in larga parte donne, e che il caso assunse dimensioni decisamente importanti per una comunità come Triora.

Ed è anche per questo che la vicenda è rimasta così profondamente legata all’identità del paese.

Non fu la storia isolata di una donna accusata di essere una strega.

Fu un evento che coinvolse l’intera comunità.

E come finì?

Questa è forse la parte meno conosciuta della storia.

Quando pensiamo ai grandi processi per stregoneria immaginiamo quasi automaticamente un finale fatto di roghi ed esecuzioni.

Nel caso di Triora, la situazione fu più complessa.

Alcune delle accusate furono trasferite a Genova e il procedimento continuò sotto l’autorità dell’Inquisizione. La documentazione relativa alla conclusione di tutti i casi non permette sempre di ricostruire con assoluta certezza il destino di ogni persona coinvolta.

Quello che sappiamo è che la grande ondata di persecuzione terminò e Triora continuò la propria storia.

Ma qualcosa era cambiato.

Perché quelle donne, indipendentemente dall’esito giudiziario, sarebbero rimaste nella memoria del paese.

Non più soltanto come accusate.

Come streghe di Triora.

Ma erano davvero streghe?

Arrivati a questo punto credo che conosciamo già la risposta.

Non abbiamo prove che le persone accusate praticassero realmente ciò che gli inquisitori definivano stregoneria o che avessero provocato carestie, morti e malattie attraverso poteri soprannaturali.

Le accuse vanno comprese nel contesto culturale e religioso dell’epoca, quando l’esistenza della stregoneria e l’intervento del demonio erano considerati possibilità reali.

Questo non significa necessariamente che tutte le tradizioni legate alle donne del territorio siano state inventate.

In molte comunità rurali esistevano conoscenze popolari tramandate nel tempo: erbe, rimedi, pratiche legate alla nascita, alla salute, alle stagioni e all’agricoltura.

Ma essere una donna che conosceva le erbe non significava automaticamente essere una strega.

E soprattutto non significava poter provocare una carestia con un incantesimo.

Perché proprio le donne?

È impossibile parlare delle cacce alle streghe senza accorgersi di una cosa evidente: la maggioranza delle persone accusate in Europa furono donne.

Le ragioni sono complesse e cambiano a seconda del luogo e del periodo storico, ma la società dell’epoca attribuiva alle donne una posizione particolare all’interno delle credenze sulla stregoneria.

Testi religiosi e demonologici contribuirono a diffondere l’idea che fossero maggiormente vulnerabili alla tentazione del demonio.

A questo si aggiungevano condizioni sociali concrete.

Una donna povera, anziana, vedova, isolata o in conflitto con i vicini poteva trovarsi in una posizione particolarmente fragile.

E basta pensare a quanto fosse facile trasformare comportamenti normalissimi in qualcosa di sospetto quando la comunità aveva già deciso di cercare una strega.

Una donna conosceva le erbe? Poteva diventare sospetta.

Viveva sola? Sospetta.

Aveva litigato con qualcuno che poco dopo si era ammalato? Ancora più sospetta.

Quando iniziamo a guardare il mondo cercando prove di qualcosa che crediamo già vero, prima o poi quelle prove le troviamo ovunque.

Dalla paura al simbolo

Quattro secoli dopo, Triora ha fatto qualcosa di particolare con questa storia.

La strega non è più soltanto il simbolo di un’accusa.

È diventata parte dell’identità del borgo.

Oggi incontriamo bàgiue nelle botteghe, nelle decorazioni, nelle manifestazioni e nei souvenir. Visitiamo la Cabotina. Entriamo nel museo. Arriviamo a Triora proprio perché sappiamo che è il paese delle streghe.

È un cambiamento enorme.

La stessa parola che nel 1587 poteva distruggere la vita di una donna oggi porta migliaia di persone a visitare il paese.

E forse è qui che Triora e Salem si assomigliano più di quanto pensassi all’inizio di questo nostro ottobre.

Non soltanto perché entrambe hanno vissuto una caccia alle streghe.

Ma perché entrambe, secoli dopo, hanno dovuto decidere che cosa fare di quella memoria.

Triora e Salem non sono la stessa storia

Il soprannome “Salem d’Italia” è sicuramente efficace e ormai è diventato quasi inevitabile quando si parla di Triora.

Ma dopo aver raccontato entrambe le vicende credo sia importante ricordare che non possiamo semplicemente sovrapporle.

Triora iniziò i suoi processi nel 1587.

Salem nel 1692.

Più di un secolo le separa.

Una si trova nell’Europa cattolica dell’Inquisizione, l’altra nel mondo puritano del Massachusetts coloniale. Cambiano le autorità, il sistema giudiziario, il contesto sociale e anche l’esito delle persecuzioni.

Eppure entrambe raccontano qualcosa che va molto oltre la stregoneria.

Raccontano cosa può accadere quando paura, superstizione e tensioni interne trovano improvvisamente un bersaglio.

Forse è questa la vera connessione tra le due.

Tornerei a Triora con occhi diversi

Dopo aver ricostruito questa storia, credo che visiterei Triora in modo diverso rispetto a come l’avrei fatto prima.

Continuerei a voler vedere la Cabotina.

Continuerei a entrare nelle botteghe.

Probabilmente comprerei comunque qualche streghetta da portare a casa e continuerei a pensare che ottobre sia il momento perfetto per andarci.

Ma mentre cammino tra quei carruggi penserei anche alle donne che li hanno attraversati più di quattrocento anni fa.

A quanto velocemente una vicina potesse diventare una sospettata.

A quanto potesse essere difficile difendersi da un’accusa che riguardava qualcosa di impossibile da dimostrare.

E soprattutto penserei a una cosa.

Oggi essere chiamata bàgiua a Triora significa entrare nel folklore di un paese che ha fatto della strega uno dei propri simboli.

Nel 1587 quella stessa accusa poteva significare essere portata via da casa, interrogata e torturata.

Forse è proprio questa consapevolezza che rende la Triora di oggi ancora più interessante.

Possiamo andarci per cercare le streghe, fotografare le case di pietra e lasciarci conquistare dalle leggende. Ma possiamo anche fermarci abbastanza a lungo da ricordare che, prima di diventare protagoniste del folklore, le streghe di Triora erano donne.

E adesso che abbiamo attraversato due delle più famose città legate alla stregoneria, una in Massachusetts e una nascosta tra le montagne della Liguria, è arrivato il momento di farci una domanda diversa.

Perché dopo secoli continuiamo a essere così affascinati dalle streghe?

Forse la risposta ha molto meno a che fare con la magia di quanto immaginiamo.

Fonti per l’articolo :

LA STREGA DI TRIORA – Forte Antonella

L’INQUISIZIONE E LE STREGHE DI TRIORA – Stella Giordano

Lascia un commento

Scopri di più da Capitoli in Valigia

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere