Siamo arrivati alla fine di ottobre.

Per tutto il mese abbiamo seguito le streghe. Siamo partiti da Salem, abbiamo scoperto cosa accadde davvero durante i processi del 1692, siamo tornati in Italia per raggiungere Triora e le sue bàgiue, abbiamo attraversato folklore e leggende, aperto un libro pieno di misteri e persino trascorso una giornata da strega nella versione più cozy possibile.

E alla fine siamo arrivati esattamente dove dovevamo arrivare.

31 ottobre. Halloween.

La sera in cui facciamo una cosa piuttosto assurda, se ci pensiamo.

Decoriamo volontariamente le nostre case con scheletri e fantasmi. Intagliamo facce inquietanti nelle zucche. Guardiamo film che sappiamo perfettamente ci faranno saltare sul divano. Visitiamo case infestate costruite appositamente perché qualcuno ci insegua nel buio e raccontiamo storie di fantasmi sapendo che, qualche ora dopo, dovremo spegnere la luce e andare a dormire.

In qualsiasi altro momento dell’anno cerchiamo di evitare ciò che ci spaventa.

Ad Halloween, invece, paghiamo persino per farci spaventare.

E quindi per chiudere questo mese dedicato alle streghe voglio capire proprio questo: da dove arriva Halloween, perché continuiamo a celebrarlo e, soprattutto, perché troviamo così divertente avere paura quando sappiamo di essere al sicuro?

Naturalmente, per scoprirlo dobbiamo tornare indietro nel tempo.

Parecchio indietro.

Halloween – Movie Clip – Diritti riservati

Prima di Halloween c’era Samhain

Quando parliamo delle origini di Halloween compare quasi inevitabilmente una parola: Samhain.

Era una festività celebrata nel mondo celtico che segnava il passaggio dalla stagione più luminosa dell’anno a quella più buia e l’inizio dell’inverno.

Per comunità profondamente legate ai ritmi della natura, questo passaggio aveva un significato enorme. I raccolti erano terminati, le giornate diventavano più corte e iniziava la parte dell’anno più difficile.

Nel corso del tempo Samhain è stato collegato anche alla credenza secondo cui, in questo particolare momento dell’anno, il confine tra il mondo dei vivi e quello dei morti diventasse più sottile.

Ed ecco che compare uno degli elementi che ancora oggi associamo immediatamente ad Halloween.

I morti tornano tra noi.

Naturalmente sarebbe troppo semplice dire che il nostro Halloween moderno sia semplicemente Samhain arrivato fino a noi senza cambiamenti. Nel mezzo ci sono secoli di trasformazioni, tradizioni religiose, folklore e contaminazioni culturali.

Ma l’idea di una notte posta sul confine tra due mondi è rimasta incredibilmente potente.

Forse perché il 31 ottobre è già, per natura, una data di passaggio.

L’estate è definitivamente lontana.

Le giornate sono corte.

Gli alberi stanno perdendo le foglie.

Sta arrivando l’inverno.

Non mi sorprende affatto che proprio qui abbiamo deciso di mettere fantasmi.

Da All Hallows’ Eve ad Halloween

Con la diffusione del cristianesimo, le festività legate ai morti si intrecciarono progressivamente con nuove ricorrenze.

Il 1° novembre divenne la festa di Ognissanti, in inglese All Hallows’ Day.

La sera precedente era quindi All Hallows’ Eve.

Provate a ripeterlo abbastanza velocemente e cominciamo già a riconoscere qualcosa.

Halloween.

Nei secoli successivi tradizioni differenti continuarono a mescolarsi. Il ricordo dei morti, le credenze sugli spiriti, i travestimenti e le usanze popolari attraversarono generazioni e territori.

Poi Halloween attraversò anche l’oceano.

Halloween arriva in America

Furono soprattutto le grandi migrazioni dall’Irlanda e dalla Scozia nel XIX secolo a contribuire alla diffusione negli Stati Uniti di molte tradizioni che sarebbero poi entrate nell’Halloween moderno.

E l’America fece quello che spesso succede con le tradizioni.

Le prese, le mescolò e le trasformò.

Halloween diventò progressivamente una festa comunitaria e poi sempre più popolare, fino ad assumere nel Novecento gran parte delle caratteristiche che riconosciamo oggi.

Costumi.

Feste.

Decorazioni.

Dolci.

Bambini che bussano alle porte.

E naturalmente zucche.

Tantissime zucche.

Halloween Town – Movie Clip

Ma perché intagliamo una zucca?

Probabilmente non esiste oggetto più immediatamente associato ad Halloween della Jack-o’-lantern.

Una zucca svuotata, un volto intagliato e una luce al suo interno.

Ma la storia non comincia con le zucche.

Nelle tradizioni irlandesi e britanniche venivano intagliati anche ortaggi come rape e navoni. Quando queste usanze arrivarono negli Stati Uniti, la zucca si rivelò praticamente perfetta: grande, disponibile in autunno e soprattutto molto più semplice da intagliare.

E grazie al cielo, aggiungerei.

Perché ho visto fotografie delle vecchie rape intagliate e, se l’obiettivo era tenere lontani gli spiriti maligni, probabilmente funzionavano benissimo.

Sono inquietanti.

Alla tradizione viene spesso associata anche la leggenda irlandese di Stingy Jack, un uomo astuto che avrebbe ingannato il diavolo e che, dopo la morte, sarebbe stato condannato a vagare senza poter entrare né in paradiso né all’inferno, illuminando il proprio cammino con una brace.

Da qui sarebbe nata la figura di Jack con la sua lanterna.

Secoli dopo noi compriamo una zucca al supermercato, le facciamo una faccia possibilmente storta e la mettiamo davanti alla porta.

Trovo bellissimo il modo in cui le tradizioni riescono a cambiare completamente pur conservando piccoli frammenti della storia da cui provengono.

Dolcetto o scherzetto?

Poi abbiamo il momento che probabilmente qualsiasi bambino considera il vero significato di Halloween.

Trick or treat?

Dolcetto o scherzetto?

Anche questa tradizione non nasce dal nulla.

Nel corso della storia europea troviamo diverse usanze in cui persone, spesso bambini o poveri, andavano di casa in casa chiedendo cibo in cambio di preghiere, canti o piccole esibizioni.

In Gran Bretagna e Irlanda esistevano inoltre forme di travestimento e visite porta a porta legate alle festività stagionali.

Negli Stati Uniti queste tradizioni si trasformarono progressivamente nel trick-or-treating moderno, che divenne particolarmente popolare nel corso del Novecento.

Oggi la minaccia dello “scherzetto” è piuttosto relativa.

Un bambino vestito da dinosauro alto novanta centimetri difficilmente incute particolare terrore.

Ma il principio rimane.

Apri la porta.

Dai qualcosa.

E la piccola creatura mascherata se ne va soddisfatta.

A pensarci bene, sembra comunque il modo corretto di comportarsi quando una creatura sconosciuta compare davanti a casa nostra durante la notte di Halloween.

Perché ci travestiamo?

Questa è un’altra delle tradizioni che sembrano semplicemente divertenti finché non iniziamo a guardare indietro.

Il travestimento è stato collegato nel tempo a diverse usanze europee e alle credenze relative agli spiriti che avrebbero potuto aggirarsi tra i vivi.

Mascherarsi poteva significare confondersi con loro, impersonarli o rappresentare creature appartenenti al folklore.

Oggi naturalmente il concetto si è leggermente allargato.

Streghe e fantasmi convivono tranquillamente con supereroi, personaggi dei cartoni animati e qualsiasi cosa sia diventata virale durante l’anno.

E forse questa è una delle parti più divertenti di Halloween.

Per una sera possiamo decidere di essere qualcun altro.

Anche qualcosa che normalmente ci farebbe paura.

Streghe, fantasmi e scheletri: perché proprio loro?

Halloween è praticamente una riunione generale di tutto ciò che normalmente cerchiamo di tenere lontano.

Persino il povero gatto nero, che ormai sappiamo essere stato trascinato dentro questa storia senza aver fatto praticamente nulla.

Il filo che unisce queste figure è abbastanza evidente: rappresentano qualcosa che non controlliamo completamente.

La morte.

Il buio.

Il soprannaturale.

L’ignoto.

E Halloween fa una cosa geniale.

Prende tutte queste paure e le rende decorazioni.

Lo scheletro non è più inquietante se gli mettiamo un cappello davanti alla porta.

Il fantasma diventa un lenzuolo con due occhi.

La strega che un tempo rappresentava una minaccia diventa una bambina con un vestito nero e una borsa piena di caramelle.

Trasformiamo ciò che ci spaventa in qualcosa con cui possiamo giocare.

E allora perché ci piace avere paura?

Qui arriviamo alla domanda che mi ha fatto venire voglia di scrivere questo articolo.

Perché guardiamo horror?

Perché entriamo nelle case infestate?

Perché ci raccontiamo storie di fantasmi?

Una delle risposte è sorprendentemente semplice.

Perché sappiamo di essere al sicuro.

Quando guardiamo un film horror, il nostro corpo può comunque reagire.

Il cuore accelera.

Siamo più vigili.

Ci irrigidiamo.

Arriva il jumpscare e facciamo un salto che cercheremo immediatamente di fingere non sia mai avvenuto.

Ma una parte del nostro cervello sa che siamo seduti sul divano.

Il mostro è dentro lo schermo.

La persona con la motosega nella casa infestata è un attore.

Il fantasma del ghost tour non dovrebbe realmente seguirci fino all’hotel.

Possiamo sperimentare alcune sensazioni della paura senza trovarci davanti a un vero pericolo.

È una specie di montagne russe emotiva.

Sappiamo che la discesa arriverà.

Sappiamo che urleremo.

Ed è proprio per questo che saliamo.

Avere paura insieme è ancora più divertente

C’è poi un dettaglio importante.

Molte esperienze spaventose diventano più divertenti quando le condividiamo.

Guardare un horror da soli alle due di notte con la casa completamente buia non è esattamente la stessa esperienza che guardarlo sul divano con qualcuno pronto a ridere quando saltiamo.

La paura può diventare un’esperienza sociale.

Urliamo insieme.

Ridiamo subito dopo.

Commentiamo quanto fosse ovvio che il personaggio non dovesse scendere in cantina.

E naturalmente dichiariamo con assoluta sicurezza che noi, in quella situazione, avremmo fatto scelte molto più intelligenti.

Spoiler: probabilmente no.

Halloween ci permette di trasformare la paura in qualcosa che condividiamo.

E una volta condivisa sembra immediatamente meno minacciosa.

Perché il buio ci fa ancora effetto?

Possiamo vivere circondati dalla tecnologia, sapere perfettamente come funzionano i temporali e avere una torcia incorporata nel telefono.

Eppure basta un rumore strano proveniente da una stanza buia e improvvisamente migliaia di anni di razionalità sembrano abbandonarci.

Il problema del buio è semplicissimo.

Non vediamo cosa c’è.

E il nostro cervello non ama particolarmente gli spazi vuoti.

Se non abbiamo abbastanza informazioni, iniziamo a completarle.

Quel cappotto sulla sedia diventa una persona.

Un ramo contro la finestra diventa qualcuno che sta bussando.

Un rumore al piano di sopra diventa qualsiasi cosa tranne, naturalmente, la spiegazione più logica.

Le storie dell’orrore utilizzano esattamente questo meccanismo.

Non mostrarci tutto.

Lasciare uno spazio.

E permettere alla nostra immaginazione di riempirlo.

A volte siamo decisamente più bravi a spaventarci da soli di quanto qualsiasi film potrebbe mai essere.

Forse ci servono anche le storie spaventose

Le storie di paura esistono praticamente da sempre.

Prima dei film horror c’erano racconti.

Prima dei romanzi c’erano leggende.

E molto prima di poter accendere Netflix, qualcuno raccontava storie davanti al fuoco.

Mostri nel bosco.

Creature che arrivavano durante la notte.

Spiriti.

Donne capaci di lanciare maledizioni.

Alcune servivano probabilmente anche a trasmettere regole e avvertimenti.

Non andare da solo nel bosco.

Non avvicinarti a quel luogo.

Non fidarti degli sconosciuti.

Le paure diventavano storie e le storie diventavano un modo per ricordarle.

Forse è anche per questo che continuano ad affascinarci.

Perché dietro un fantasma o una strega troviamo quasi sempre qualcosa di profondamente umano.

Paura della morte.

Paura di essere soli.

Paura di perdere qualcuno.

Paura di ciò che non conosciamo.

Cambiano i mostri.

Le paure molto meno.

E in Italia?

Per molto tempo Halloween è stato raccontato quasi come una festa completamente estranea alla nostra cultura, importata direttamente dagli Stati Uniti.

In realtà anche l’Italia possiede una quantità enorme di tradizioni, racconti e rituali legati ai morti e al periodo tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre.

Da regione a regione troviamo usanze molto diverse: tavole lasciate apparecchiate, cibi preparati per commemorare i defunti, processioni, racconti di morti che tornano nelle proprie case e tradizioni dedicate ai bambini.

Non sono semplicemente “Halloween italiano”.

Hanno storie e significati propri.

Ma ci ricordano qualcosa di importante.

Il bisogno di creare un rapporto con la morte, ricordare chi non c’è più e immaginare per qualche momento che il confine tra vivi e morti possa diventare meno netto non appartiene a una sola cultura.

Forse è molto più universale di quanto pensiamo.

Da Salem ad Halloween

Ripensando a tutto il mese, mi piace che siamo arrivati qui.

Abbiamo iniziato da Salem attratti dalla città delle streghe e abbiamo scoperto che dietro quella parola esisteva una tragedia reale.

Siamo arrivati a Triora per le bàgiue e abbiamo trovato un’altra comunità segnata dalla paura.

Poi abbiamo visto la strega trasformarsi nel corso dei secoli, fino a diventare qualcosa che oggi può essere persino rassicurante e cozy.

E Halloween rappresenta perfettamente questa trasformazione.

Prendiamo ciò che un tempo faceva paura e lo mettiamo davanti alla porta.

Prendiamo la morte e la trasformiamo in uno scheletro di plastica.

Prendiamo gli spiriti e li appendiamo al soffitto.

Prendiamo la strega e le mettiamo in mano una tazza di pumpkin spice latte.

In un certo senso, Halloween è la festa in cui diciamo alle nostre paure:

per una notte decidiamo noi che forma avete.

Il mio Halloween ideale

Dopo aver scritto un mese intero sulle streghe, credo che il mio Halloween ideale sia diventato piuttosto semplice.

Non ho bisogno di una festa gigantesca.

Vorrei una giornata d’autunno, una passeggiata quando fuori inizia a fare fresco, qualche zucca davanti a casa e qualcosa di buono da preparare per cena.

Poi luci basse, candele accese in sicurezza, una coperta e un film abbastanza inquietante da farmi dire almeno una volta che forse era meglio scegliere una commedia.

E naturalmente qualche dolce.

Perché possiamo raccontarci tutte le origini storiche che vogliamo, ma non vedo alcun motivo per rinunciare alla parte migliore dell’evoluzione culturale di Halloween.

Il cioccolato.

Buon Halloween

E così finisce il nostro ottobre.

Siamo partiti cercando le streghe e abbiamo trovato donne, città, processi, leggende, libri, rituali e storie che attraversano secoli.

Forse è proprio questo che mi piace così tanto di ottobre.

Ci permette di giocare con il mistero.

Possiamo credere ai fantasmi per la durata di una storia, entrare in una vecchia casa sperando segretamente che scricchioli qualcosa, leggere un libro sulle streghe e lasciare che per qualche ora il mondo diventi un po’ meno razionale.

Poi chiudiamo il libro.

Finisce il film.

Riaccendiamo la luce.

E sappiamo di essere al sicuro.

Forse è proprio per questo che ci piace avere paura.

Perché la paura di Halloween ha sempre una porta d’uscita.

E quando sappiamo che possiamo uscire quando vogliamo, persino il buio può diventare divertente.

Quindi questa sera intagliate una zucca, scegliete un film, preparate qualcosa di caldo e lasciate pure che qualche fantasma entri in casa.

Almeno fino a mezzanotte.

Domani è novembre.

Buon Halloween da Capitoli in Valigia. 🎃

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